Ecco una storiella che vorrei condividere. Però temo che il mio modo di vedere gli animali sia fuori moda.

Gatto Chembo e il miracolo economico

Il gatto Chembo crebbe negli anni ’60 in una casa di periferia, una casa popolare, che il comune affittava a famiglie con basso reddito, ma non era un gatto da salotto: percorreva come un  principe le strade senza traffico, dove i bambini giocavano e anche i gatti di casa potevano andarsene in giro senza pericolo.

Era arrivato là nascosto in un cestino della merenda: un bambino l’aveva trovato piangente in un cespuglio, mentre tornava a casa dall’asilo, a piedi, come era normale allora, con la sorella più grande. I due avevano avuto pietà del povero orfanello e l’avevano ricoverato nel cestino vuoto, per dargli un rifugio che lo tranquillizzasse. Infatti nel cesto il micio aveva smesso di piangere, forse anche per una crosta di formaggio avanzata che aveva cominciato a leccare. Arrivati a casa, avevano messo il cestino dietro un mobiletto e l’avevano dimenticato, o almeno fatto finta.

Si era seduta a pranzo la famiglia, all’arrivo del padre, e tutto andava sui soliti binari quando da dietro il mobiletto si udì un lieve miagolio. Stavano ascoltando il giornale radio e i genitori pensarono ad un rumore dell’apparecchio, ma quando si ripetè, debole e costante, fu necessario stabilire di cosa si trattava. La bambina cominciò a balbettare, sapeva che la madre non amava gli animali, mentre il piccolo si schierò davanti al cestino, a difesa contro chiunque. “È un orfanello, disse cocciuto, e lì ci sta benissimo”

Il padre si avvicinò, senza che i figli lo ostacolassero, sapevano che a lui  gli animali piacevano, anzi aveva una particolare capacità di fare amicizia. Aprì il coperchio e dal cesto spuntò una testina baldanzosa che reclamava cibo a gran voce. Tutti risero e un piattino pieno di latte mise fine alle lamentele: il gatto ci si buttò praticamente dentro, leccando freneticamente e spargendo in giro metà del liquido.

“Ecco! tutto sporco e sporca in giro! Non si possono tenere le bestie in casa, disse la madre

“Ma fra poco farà freddo, disse la bambina.

“Non vorrai farlo morire, disse il bambino

“Possiamo tenerlo per qualche giorno, disse il padre, quando si riprende un po’ lo metteremo in cantina, di là potrà uscire quando vuole”  Si guardarono con la madre, lui con occhio ridente, lei severa, ma con un mezzo sorriso ironico, si avvicinò alla bestiola, mise altro latte nel piattino e sospirò:

” bisogna lavarlo, chissà quante malattie porta”

Provvidero con un po’ di alcool a togliere lo sporco più evidente, e già dalla prima sera correva felice per la casa. I bambini raccolsero un po’ di terra giù nei campi che fiancheggiavano la strada e gli insegnarono a usare la cassetta per i bisogni.

Dopo qualche giorno il padre, accarezzandola mentre era a pancia all’aria, decretò: “È una femmina”

“Ci mancava pure questo” sbottò la signora, sbattendo con  rabbia le pentole, ma poi si lasciava incantare dalle moine e dalle pazze corse dell’animale per la casa e fu lei che scelse il nome: “ti chiamerai Lilli, decise. E così fu, almeno per qualche mese.

La gattina cresceva felice e dimentica della strada, giocando con tutto quanto le capitava sotto le grinfie: fu necessario evitare che entrasse in  sala da pranzo, dove provava gran divertimento ad arrampicarsi sulle tende, mentre la porta del bagno doveva restare sempre aperta: là c’era la sua cassettina e se non poteva raggiungerla era capacissima di fare i suoi bisogni in  qualche angolo della casa. Fu proprio a causa di queste infrazioni che successe l’incidente. Era ora di pranzo, la madre aveva appena scoperto una pisciatina dietro il solito mobiletto. Ancora una volta le soffregò il muso nel liquido sperando di insegnarle a non farlo, poi si affrettò in cucina. La bestiola fuggì correndo nel corridoio, e subito dimenticò tutto giocando, afferrò un filo che pendeva dalla parete e cominciò a morderlo freneticamente.

Si udì un crepitio, mentre il padre usciva dal bagno. Un’occhiata gli bastò a vedere cosa stava succedendo e con un balzo fu al contatore vicino all’ingresso (la casa era molto piccola) e staccò la corrente. Sì perché il filo era un filo elettrico chiuso nella sua guaina, ma pendente e masticandolo la bestiola era rimasta fulminata. Giaceva a terra inanimata, con il filo ancora in bocca ed gli occhi spalancati. Tutti si avvicinarono, il figlio si buttò a terra piangendo, la figlia si appoggiava al padre con gli occhi chiusi per non vedere. Lui la scostò e prese in mano il corpicino immobile, staccando il filo dalla bocca. Sull’angolo rimase una strana ferita, a metà fra un  taglio e una bruciatura, con gocce di sangue che uscivano lentamente. MIse una mano sul cuore e cominciò a premere, a massaggiare, a dare dei colpetti. Ad un tratto il corpicino ebbe un brusco sobbalzo e si liberò freneticamente, correndo a nascondersi sotto il mobiletto. Tutti tirarono il fiato.

“Per ora lasciamola stare, vedremo cosa succede, disse il padre, tornando a tavola. I bambini dopo un’occhiata a filo di terra, tornarono anche loro e tutti finirono il pasto.

Lilli sopravvisse, a dispetto della ferita alla bocca che non guariva e di un periodo di grande debolezza, durante il quale fu vergognosamente viziata, anche dalla madre, con bocconcini di carne e la resa completa a qualunque suo capriccio. E ben presto si scoprì che ben lungi dall’essere una signora a rischio di restare incinta, come temeva la madre, era dotata, anzi dotato di due palline nel posto giusto e di una gran voglia di uscire per corteggiare le proprie simili.

La scoperta fu ancora una volta dal padre: il gatto aveva preso l’abitudine, forse in ricordo di chi l’aveva salvato, non solo di dormire nel letto, ma addirittura quando faceva molto freddo di avvolgersi come un serpente intorno al collo del suo padrone, naturalmente adattandosi ai movimenti di lui, come solo i gatti sanno fare, delicatamente e senza unghie, come una sciarpa animata.

Nello stesso tempo il gran freddo lo faceva andare in calore e allora non si poteva far altro che aprirgli la porta e lasciarlo correre chissà dove.

Era buffo allora vedere il mite e allegro abitante della casa trasformarsi in un bullo da strada:  appena uscito dal portone si guardava intorno con fare molto aggressivo e se vedeva un altro gatto nei dintorni si precipitava a scontrarsi sanguinosamente.

Poi sedeva malconcio, ma superbo sul parapetto davanti al portone, aspettando di poter tornare in casa. Proprio così lo trovarono un pomeriggio e il bimbo  gli disse con ammirazione: “sei un vero Chembo, imbattibile e feroce”  E così divenne Chembo, imbattibile e feroce maschiaccio di strada che, nei mesi invernali, solo occasionalmente si rifugiava in casa. Le orecchie smozzicate, le zampe graffiate, il collo sanguinante per i morsi e con in più pericolosi raffreddori probabilmnete dovuti ad una certa debolezza di polmoni che gli era rimasta dall’incidente elettrico. Si buttava ai piedi del padrone, sfinito, appena  appena era in grado di sorbire un po’ di latte e si lasciava curare, solo lamentandosi brevemente sotto l’alcool per le disinfezioni o le pressioni per svuotare una piaga infetta.

Se lui non c’era, rifiutava ostinatamente qualunque cura, nascondendosi sotto il consueto mobiletto, arrivava perfino a soffiare ai bambini se insistevano. Paziente aspettava, poi quando sentiva il passo sulle scale, usciva a coda ritta, magari barcollando, si faceva trovare alla porta. Poi di notte, curato, disinfettato, lavato e incerottato balzava leggerissimo a sfregarsi al collo, acciambellandosi come una sciarpa.

Per anni, anche da vecchio continuò con quelle fughe, finché un giorno non ritornò e il ragazzo del panettiere disse che l’aveva visto investito da un’auto e spiaccicato.

I ragazzi piansero, il padre li invitò a non disperarsi, la madre disse: “Siete grandi ormai, non voglio più bestie tra i piedi”

E poi cambiarono casa, andando ad abitare in centro

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