Alcune mie ricerche: Arcangela Tarabotti, monaca e scrittrice

Arcangela Tarabotti, monaca e scrittrice: appunti per biografia

Suor Arcangela Tarabotti (1604-1652), ora considerata una delle più importanti scrittrici italiane della sua epoca, entrò da ragazza – e contro la propria volontà – nel monastero di Sant’Anna di Venezia, dove passò il resto della vita.
Nata nel febbraio 1604 a Venezia nel sestiere di Castello, una gran parrocchia plebea, fu battezzata Elena Cassandra.
il padre era zoppo – lett 81 – e anche lei
La famiglia era di origini plebee, ma si stava sollevando: la madre nei documenti viene chiamata “Madonna” e poi “Clarissima Signora” nel testamento, il padre “Missier” “Signor” illa fine “Molto illustre Signor” ma non si sa nulla di un suo testamento.
Era zoppa , difetto “col quale forse il mio genitore ha voluto contraasegnarmim per sua figliola” -lett 53
fin da piccola le piaceva la musica ed era poco interessata alla pittura, mentre la sorella Caterina era discepola di Alessandro Varotari detto il Padovanino, tanto che lui intervenne come testimone alle nozze dell’altra sorella Lorenzina.
Il Monastero di S.Anna era delle benedettine, una brutta chiesa “nuda di bellezze” a dirla con il Sansovino. Ma, oltre all’altare d’oro, aveva un paliotto meraviglioso, ricamato per anni e anni dalle due figlie monache del Tintoretto, dette “Le Tentorette”, riproduceva la “Crocifissione” eseguita dal padre per S.Rocco.
Nei confronti delle sorelle Elena Cassandra non mostra grande affetto, anzi in due lettere le rimbrotta
Ebbe invece grande affetto per la compagna di convento Regina Donà, “la mia Regina”.
Da sette anni ai quindici le “pute a spese” venivano di solito educate dalle monache, in modo rudimentale “leggere e cucire” Lei entrò a S.Anna, già destinata alla monacazione, come “fia a spese” forse a 11 anni (lo dice nelle lettere, ma Zanette contesta riferendosi al registro delle monache) con il pagamento di “sessanta duccati al anno e doi miri de oglio per una e le sue regalie” per quattro volte
Poi nel 1620 con mille ducati veniva versata la dote e Elena prese l’abito – vestizione
Nel 1623 fece la professione,

Attraverso l’attività letteraria lei, che si descrive come «una donna a cui manca il lume dell’arte e dello studio necessario a chi professa belle lettere» (lettera 2, pag. 51), riuscì a superare i confini fisici che la separavano dal mondo che bramava. Stabilì un’ampia rete di contatti letterari, mantenne una fitta corrispondenza con donne ed uomini noti personaggi dell’epoca (tra cui letterati veneziani come Giovan Francesco Loredano e potenti come Vittoria della Rovere e il Cardinale Mazzarino), pubblicò quattro opere controverse e ne stese forse almeno altre sei, alcune delle quali circolarono parecchio in forma manoscritta, perché trattavano di argomenti piuttosto pericolosi ed era difficile pubblicarle.

Usò degli psuedonimi, ma mai al maschile
Era bella? Certo era zoppa, ma questo potrebbe non essere in contrasto con la bellezza. Gio Francesco Loredano la descrive “prodigamente arricchita” di doni dell’intelletto e del corpo.
Un anonimo le dedicò un madrigale “nome hai d’arcangelo e sembiante/ di sempiterni dei”
Lei si definisce, in gioventù, di costumi vanamente pazzi e pazzamente vani
Si fece fare anche un ritratto dal Varotari di cui la sorella era allieva. Forse Varotari non era il più adatto a dipingere una monaca, sensuale e raffinato libertino, viaggiava spesso in compagnioa di giovani modelle, sempre diverse. I suoi dipinti si caratterizzano per una lieta e lieve eroticità, non solo nei corpi nudi, ma anche nelle vesti e negli atteggiamenti.
Esisteva di Tarab un ritratto nella galleria di Gio Francesco Loredan.
Era diventato di moda avere una Galleria delle dame, una collezione di ritratti femminili, in genere appesi tutti insieme a formare un piacevole panorama.
Dopo aver scritto l’Inferno Monacale, nel 1633 Elena Cassandra ha una crisi profonda da cui esce mutata: probabilmetne calunniata di eccessiva intimità con un “monachino”, cade in depressione per non potersi difendere e per non aver difensori. Fu difesa solo dal Cardinal Patriarca Corner, ma tanto bastò a risollevarla. Ritornò alle letture fra cui non disdegnava Machiavelli, Brusoni e perfino Ferrante Pallavicino, lo sfortunato scrittore satirico e polemico, veneziano, giustiziato in  Francia. Era stata autorizzata a quelle letture.

E decide di scrivere un libro adatto a essere pubblicato, allontanandosi dalla autobiografia e di conseguenza dal proprio furore. così potè finalmente avere la soddisfazione di vedere uscire un suo libro a stampa e di avere molte lodi da ogni parte.
Anche nel monastero accettò un minimo di vita in comune e perfino delle cariche, la più gradita, quella di maestra delle pute. E seppe anche abilmente metterla a frutto, facendosi ben volere dai parenti delle pute, soprattutto le madri o le sorelle più grandi. Così potè conoscere ambasciatori e residenti stranieri, Francesi come M. Nicolas Bretel sieur de Gremonville e la moglie,
l’Ambasciatore Anne des Hameaux fu a Venezia dal 1642 al 1645 e la moglie Marguerite de Fiubet.
Attraverso di loro ebbe l’occasione di incontrare Gabriel Naudè, il bibliotecario di Mazarino che girava l’Italia a caccia di tesori d’arte e di cultura e potè intrattenere una rispettosa corrispondenza con lo stesso onnipotente cardinale.
Poi qualche volta ricadeva malata, strette di petto, angosce, furori. Cure e distrazioni l’aiutavano a recuperare la buona salute. Nel 1650, durante una di quesgte crisi, mandò una cassetta ad Elisabetta Polani, una carissima amica, con il testamento letterario e l’ordine di “abbruciare”.
Nel frattempo ebbe ancora l’occasione di pubblicare: le avevano portato una Satira contro la vanità delle donne e le dame sue amiche la pregarono di rispondere, di difendere il proprio sesso.
Nel giro di breve tempo scrisse le ragioni della superiorità femminile e le difese con passione, senza disdegnare le brutture della vita, ma cercando i motivi e le possibilità favorevoli.
La fusione di ragionamenti ben congegnati e di fuoco nella scrittura ebbe un effetto notevole: un gran successo. E con il successo venne l’invidia
Brusoni, Aprosio ed altri, fingendo di entrare nel merito, scrissero in realtà su di lei, facendo mostra della più abietta invidia e cercando di metterla in cattiva luce. Ma Tarab era ormai affermata, aveva protettori potenti e una nutrita cerchia di estimatori e di estimatrici competenti, soprattutto aveva delle verità da difendere e delle ragioni da far valere . E nessun timore, perché tanto… cosa di peggio le poteva capitare se non l’essere rinchiusa. E già lo era…
Duelli verbali e di astuzia, nel prevenire le mosse, nel muovere le proprie forze.
E subito un altro libro da scrivere, i manoscritti da pubblicare, qualche speranza le veniva dalla Francia, dove madame de Guerande le aveva fatto intravvedere qualche possibilità.
Così l’Inferno Monacale e la Tirannia Paterna continuavano a circolare anche se non editi: l’argomento era interessante e ben trattato
Lei si curava anche di mantenere vivo l’interesse sui suoi scritti e diede alle stampe un altro piccolo saggio in risposta a chi diceva che le donne sono di specie diversa dagli huomini. Nient’affatto dimostra Tarab, e rivendica la parità, meglio delle femministe di oggi, aggiungendovi anche il rispetto della differenza. e rifacendosi alle Sacre Scritture.
Poco prima aveva messo in giro un volume ancora più interessante: la raccolta delle sue lettere. Fatta con accuratezza la scelta, nascosti da iniziali coloro che non voleva nominare, ecco pronto un ritratto poliedrico della società veneziana vista dal parlatorio, incantevole per il nostro occhio di oggi, ma anche un manuale di belle lettere ad uso delle signore che potevano trarne esempi adatti a corrispondenze di diverso tipo e magari non solo le signore

parlatorii come salotti

Il parlatorio era diviso in due da una grata di ferro, da una parte stavano le monache, dall’altra i visitatori, ma questo non impediva la vista reciproca, la conversazione e lo scambio di oggetti, cibi e bevande. In teoria le monache assistevano, in pratica erano protagoniste.

A Venezia, verso l’inizio del ‘600, le visite erano permesse tutti i giorni dalle nove all’ora di pranzo e dal vespero a un’ora avanti notte. A metà ‘600 era proibito agli uomini il pomeriggio e nei giorni festivi, ma successive reprimende mostrano che gli uomini ci andavano, magari ad accompagnare le donne, e stavano in cortile o alle porte.
Diverse erano le dimensioni, l’eleganza di arredi, la luminosità, comunque luogo di incontro fra uomini e donne, con corteggiamenti, talvolta organizzati dalle monache, per esempio per favorire i matrimoni. Erano luoghi di conversazione e anche di pettegolezzi infiniti, le monache erano informatissime sulle vicende personali dei frequentatori e dei personaggi importanti, nobili e dame erano considerati come oggi noi consideriamo i vip.
Le grate erano di moda: per esempio, i foggiani, elegantoni e raffinate signore che dettavano la moda, c’andavano abitualmente.
Nelle cerimonie matrimoniali erano previste diverse visite ai parlatori – e quindi c’era occasione di espansività e discorsi non proprio castigati.
i Monachini (corteggiatori delle monache) erano poeti, intellettuali, giovani signori che acccedevano al parlatorio con scuse come la cultura o la devozione, per parlare alle monache di sentimenti e emozioni.
C’erano dei rituali e delle figura d’obbligo: – le serventi/mezzane, pagate sia dalle monache che dai giovanotti, che offrivano al di là della grata, dolci e rinfreschi e le ascoltatrici/spie , appositamente e apertamente delegate dalla badessa ad ascoltare e riferire quanto veniva detto.

C’erano anche “birri” per garantire l’ordine.
Alle grate con Arcangela andavano anche molti intellettuali per scambiare riflessioni, consigli e novità, per stabilire accordi di lettura e pubblicazione.
E poi c’erano i Concerti . Non erano frequenti, ma proprio per questo diventavano memorabili.
Arcangela amava la musica, le rasserenava l’animo e glielo sconvolgeva. Ci sono lettere in cui descrive l’effetto celestiale della musica non solo su di sé, ma anche sulle altre monache.

Era il punto d’incontro fra le buie celle che Tarabotti odiava e l’esterno a cui non avrebbe mai potuto arrivare, un tramite, un luogo neutro in cui poteva incontrare parenti e amiche e con un permesso speciale anche gli amici. E se poi gli amici erano come Gio Francesco Loredan, ecco che Arcangela poteva anche leggere libri assolutamente proibiti, come Machiavelli, Ferrante e “colleghi di scrittura” anche se lei si dichiarava “simia degli scrittori”.

Stava diventando quel luogo mitico e vagheggiato della cultura e delle relazioni sociali, che poteva gareggiare con i salotti, anche francesi e dove infatti gli ambasciatori d’oltrealpe facevano a gare a seguire le loro mogli, dame di qualità e le loro figliolette, magari “pute a spese” (collegiali, si direbbe oggi) nel convento stesso.

C’era la grata, intera e senza porte, almeno stando ai regolamenti sempre reiterati, dalla parte del convento stavano e monache, opportunamente velate, dalla parte del mondo stavano visitatrici e visitatori. Ma la cosa non finiva lì, dietro la grata stavano anche le uditrici, cioè le monache incaricate di ascoltare quello che veniva detto e riferire alla badessa, mentre fuori c’erano le guardie, i birri a mantenere l’ordine, e magari anche qualche venditrice di caffè o di bevande, insomma nel parlatorio entrava e usciva un sacco di gente. Così Tarabotti potè conoscere letterati, poeti, filosofi, ambasciatori, dame importanti, e tessere le relazioni che la fecero conoscere al pubblico e le permisero di pubblicare almeno sei opere di grande successo e forse di più di cui abbiamo notizia, ma non copie.

Ma non solo: le monache erano mantenute dal convento, ma ovviamente non avevano denaro proprio, anzi erano sempre alla ricerca di qualche piccola fonte di guadagno anche personale, per comprare qualcosina che seriva o piaceva. Per esempio il merletto finissimo e quasi trasparente che usciva dalle loro mani per andare ad ornare le scollature e i polsi delle dame e anche dei cavalieri, aveva un prezzo piuttosto alto e le contrattazioni si facevano nel parlatorio, così come si combinavano matrimoni, dopo discussioni interminabili sulle caratteristiche degli sposi e sui loro beni

Monacazione forzata: una questione sociale

Nel Seicento a Venezia (e non solo) il patrimonio delle famiglie nobili si trasmetteva al primogenito, non era suddiviso fra tutti i figlie e le figlie. Come potevano mantenersi gli altri figli? e mantenersi in un rango tale da non far sfigurare la famiglia? I maschi avevano qualche possibilità di scelta: la carriera militare, la carriera ecclesiastica, mettersi al servizio del primogenito, arricchirsi per conto proprio. Le femmine non avevano alcuna scelta, non esisteva carriera per loro e certo nessun mestiere, solo il matrimonio.
Molto spesso succedeva che qualche figlia fosse costretta a farsi monaca, anzi la monacazione era il destino più o meno obbligato di tutte le figlie “di famiglia” che non potevano avere una dote per maritarsi.
Chi governava Venezia aveva un occhio anche sui conventi e legiferava in questo senso: per esempio era stabilito per legge l’ammontare della dote per monacare una fanciulla. Il convento non poteva chiedere di più, si trattava di un problema di ordine sociale.
“Quelle che vivono in Monastero come in un deposito son in numero tale che se fossero libere sarebbe sovvertito l’ordine di tutta la città” constatava il Magistrato addetto ai conventi.
L’ammontare della dote da versare al convento non poteva per legge superare i 1200 ducati , mentre la dote per sposarsi si aggirava intorno ai 15.00 ducati, a seconda delle famiglie. La ragazza alla monacazione definitiva firmava un atto notarile di rinuncia ai beni di famiglia.
La Chiesa aveva invece più attenzione e interesse a che le monacazioni fossero il più convinte possibili e non avrebbe disdegnato dote più alta. Il convento spesso si rifaceva con le spese per le varie cerimonie, vestizione, consacrazione, ecc.
C’era dunque un contrasto, che spesso si evidenziava, per esempio a proposito delle condizioni di vita.
Il Governo veneziano cercava di rendere il più piacevole possibile il soggiorno nei conventi, dando per scontato che le giovani non vi entravano di propria volontà e tuttavia dovevano restarci, quindi entro i limiti della buona morale, si mitigavano le asprezze della regola: nel vestire, nel mangiare, nell’abitare, nel gestire i rapporti con l’esterno.
La Chiesa invece tentava continuamente di ricondurre a regole più austere e più severe

Ma questo era il più lieve dei contrasti fra Rapubblica di Venezia e Papato.

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